Cinque storie ferraresi

Quando vado in ferie o faccio un lungo viaggio in treno impiego sempre un po’ di tempo per decidere quali libri portare con me. L’ultima volta la scelta é caduta -fra le altre cose- su “Cinque storie ferraresi”, raccolta di racconti di Giorgio Bassani. Il motivo principale era che, pur conoscendo di nome Bassani come autore de “Il giardino dei Finzi-Contini”, non avevo ancora letto alcuna sua opera.

Le cinque storie (Lida Mantovani, La passeggiata prima di cena, Una lapide in via Mazzini, Gli ultimi anni di Clelia Trotti e Una notte del ’43) sono tutte ambientate a Ferrara tra il fascismo e il secondo dopoguerra. Molti personaggi, sia principali che secondari, sono ebrei. Dopo aver letto queste storie non c’é bisogno di cercare la biografia dell’autore per scoprire che Bassani era cresciuto a Ferrara tra gli anni Venti e Trenta ed era di famiglia ebraica;  la sua partecipazione emotiva e la famigliarità con cui parla della città in quel periodo non lasciano dubbi. Un autore “non autoctono”, per quanto ben informato, non potrebbe scrivere di una città in quel modo, descrivendone i personaggi principali, i comuni luoghi di ritrovo, l’aspetto estivo e invernale. Per questo credo che Bassani sia una lettura indispensabile per chi é di Ferrara e al contrario sia molto difficile da comprendere pienamente per chi non ha mai visitato questa città (consigliatissima, peraltro).

Il modo in cui Bassani scrive mi ricorda un po’ -qua forse dico una cavolata- quello di Elio Vittorini o del primissimo Calvino e che probabilmente si ritrova in molti autori attivi nel secondo dopoguerra. L’aspetto forse un po’ bizzarro é il modo direi quasi brusco in cui l’autore sceglie di concludere le storie. Noi leggiamo una vicenda che si sta svolgendo ordinatamente e improvvisamente il racconto si conclude lasciandoci in sospeso e dandoci l’impressione che l’autore in fondo non volesse portarci dove noi credevamo di andare.  Faccio solo un esempio per evitare di spoilerare il libro ad eventuali interessati: il primo racconto “Lida Mantovani”, parla di una ragazza madre che dopo anni di corteggiamento sposa Oreste, un conoscente di famiglia; Oreste purtroppo muore non molti anni dopo il matrimonio. Ebbene, Bassani conclude la vicenda spiegando che Oreste in fondo non era mai stato felice perché, pur amando molto il figlio della propria moglie, non aveva mai avuto dei figli propri.

Ho finito il libro, che vi consiglio caldamente, nel corso di un viaggio in treno.

Nota sull’autore: informandomi un po’ su Bassani ho scoperto che come consulente della Feltrinelli fece pubblicare “Il Gattopardo” di Tomasi di Lampedusa e contribui a divulgare autori come Dylan Thomas, Truman Capote, Mario Soldati, Pasternak, Borges, Karen Blixen. Non credo siano molti gli scrittori in grado di valutare con lungimiranza il lavoro dei propri colleghi e di apprezzarlo al punto di promuoverlo attivamente. La mia impressione é anzi che per la maggior parte degli autori il rapporto con i contemporanei si limiti alle stroncature.

Un altro motivo per apprezzare Bassani.

 

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“Il caso Malausséne” ovvero il ritorno

La sottoscritta torna al blog dopo appena due annetti di assenza legati a vicissitudini varie (emigrazione, lavoro, trasloco, poco tempo per leggere eccetera).

Ho pensato di inaugurare il mio ritorno al blog recensendo un ritorno ben più atteso del mio, ovvero quello di Daniel Pennac alla saga dei Malausséne. Comincio mettendovi in guardia: amo Pennac e la saga dei Malausséne smodatamente, perciò non aspettatevi molta obiettività da parte mia.

Comincio con l’introdurre la saga per chi non ha idea di quello che sto scrivendo.

Alla fine degli anni ’80, Daniel Pennac cominciò a scrivere la saga della famiglia Malausséne, una strampalata famiglia composta da madre e da un numero sempre crescente di figli, tutti di padre ignoto, residenti nel quartiere di Belleville, alla periferia di Parigi (a edificazione dei profani: Belleville, così come tutti gli indirizzi indicati dall’autore nei romanzi, esiste davvero). Voce narrante e protagonista è il figlio primogenito, Benjamin Malausséne, di professione “capro espiatorio” prima in un grande magazzino e poi in una casa editrice. La professione di Benjamin consiste nel prendersi (falsamente) la responsabilità di ogni piccolo o grande incidente che avviene in azienda: consegne sbagliate, manoscritti smarriti e così via, e nell’assumere davanti ai clienti inferociti un’aria addolorata e distrutta, con tanto di pianti e preghiere di risparmiare la sua povera famiglia dalla rovina, il tutto allo scopo di ispirare pietà nel cliente e farne cessare le lamentele. Malausséne però è un capro espiatorio talmente credibile che anche nella vita reale viene spesso accusato delle peggiori nefandezze, inclusi attentati, omicidi e rapimenti, per poi salvarsi sempre alla fine (senza aver fatto assolutamente nulla né per cacciarsi nei guai né per uscirne). Attorno al protagonista ruotano personaggi secondari come la sua fidanzata Julie, i suoi fratelli e sorelle (l’infermiera Louna, il teppista Jeremy, la profetessa Therèse e parecchi altri), i poliziotti come il commissario di divisione Rabdomant o l’ispettore Van Thian, i colleghi e gli amici del quartiere. Il tutto é raccontato in un linguaggio decisamente colorito – a maggior ragione se leggete l’originale francese.

Personalmente ho amato molto i primi tre romanzi della serie (nell’ordine “Il Paradiso degli orchi”, “la fata carabina” e “la prosivendola”), ho addirittura idolatrato “la fata carabina” che resta tra i miei preferiti di sempre e si trova nella mia libreria in edizione italiana e francese, mentre non ho tratto quasi nessun godimento dai successivi tre (“Signor Malausséne”, “la passione secondo Therèse” e “ultime notizie dalla famiglia”). L’annuncio dell’uscita de “il caso Malausséne”, avvenuta pochi mesi fa, ha scatenato in me due sentimenti contrastanti: da una parte l’eccitazione e dall’altra il timore di ricevere una delusione. Per fortuna l’eccitazione é risultata pienamente giustificata e il libro è stato divorato in due giorni netti.

Veniamo alla trama: L’uomo d’affari ed ex ministro Georges Lapietà, consulente del gruppo LAVA, acquista per la cifra simbolica di un euro una filiale del gruppo che si trova sull’orlo del fallimento, promettendo di non toccare i dipendenti. Dopo l’acquisto, in barba alle promesse, Lapietà licenzia 8000 dipendenti ricevendo in cambio un paracadute di 807.204 euro. Proprio mentre si reca ad incassare l’assegno, Lapietà viene rapito; i suoi rapitori chiedono come riscatto l’esatto ammontare del paracadute, 807.204 euro, da destinare ai poveri. Già, ma chi sono i rapitori?

Il nostro Benjamin Malausséne, nel frattempo, si trova nel Vercors, regione montuosa della Francia sudorientale da cui proviene la sua fidanzata Julie. Per conto della casa editrice per cui lavora, sta nascondendo in un bosco lo scrittore Alceste Fontana, minacciato di morte dai suoi stessi fratelli per aver scritto un libro assai poco lusinghiero sulla loro famiglia. Completata la sua opera di guardiano per Alceste Fontana e finite le vacanze in montagna, Malausséne se ne torna a Parigi… per ritrovarsi incredibilmente accusato del rapimento di Lapietà! Ma come é potuto succedere?

Se vi interessa scoprirlo dovete assolutamente leggere il libro, non posso spoilerare oltre. Ricordate comunque, prima di divorare il libro in due giorni come ho fatto io per scoprire come andava a finire… che é prevista una seconda parte, per cui non tutti i misteri saranno svelati!

Per chi fosse già famigliare con la saga e non avesse ancora letto “il caso Malausséne”: FATELO! Nel romanzo si ritrova il Pennac migliore, che onestamente temevo perduto.

Per chi non conoscesse ancora la saga: vi consiglio il libro ma vi consiglio ancor più di cominciare la saga dal primo libro, “il paradiso degli orchi”. Vi assicuro che non ci metterete molto ad arrivare alla fine!

Buona lettura!!!

 

Guerra e pace

Ho da poco concluso la lettura di “Guerra e pace” e come sempre provo a dire la mia, consapevole del fatto che si tratta di una serie di opinioni non particolarmente strutturate.

Il libro mi è piaciuto. Nonostante la mole non è, salvo qualche passaggio, un testo pesante e alla lettura dà l’impressione di essere molto più breve di quanto in realtà non sia. La storia si svolge in Russia, in larga parte nel periodo di tempo compreso tra il 1805 e il 1812 (in buona sostanza dalla battaglia di Austerlitz alla ritirata di Napoleone dalla Russia dopo la presa di Mosca). Alle vicende storiche come le battaglie di Austerlitz e Borodino e l’invasione della Russia da parte di Napoleone si intrecciano le vicende personali dei membri delle famiglie aristocratiche Rostov e Bolkonskij e di altri personaggi. Tolstoj è particolarmente abile nel lasciare in sospeso e poi riprendere al momento più opportuno i vari filoni della storia, cosicché questi appaiono alla fine fusi armoniosamente, senza che un singolo filone prevalga sugli altri. Anche per questo mi riesce difficile classificare “Guerra e pace” come un romanzo storico o come un romanzo di formazione o come qualsiasi altra cosa perché la sua complessità lo porta a sfuggire ad ogni definizione. Addirittura lo stesso termine “romanzo” risulta quasi troppo vago.

I personaggi sono tratteggiati abilmente e l’evoluzione della loro personalità è espressa in modo chiaro. Anche i personaggi minori, della cui vita conosciamo solo pochi particolari, sono caratterizzati bene ed in modo tale da rimanere impressi nella memoria. Alla fine sembra di conoscere i personaggi come se fossero persone realmente esistenti, che abbiamo incontrato e con cui abbiamo parlato.

Ho apprezzato in particolar modo la descrizione della battaglia di Austerlitz e dei suoi preparativi, come pure la descrizione dell’aristocrazia russa, della sua superficialità e dei suoi vezzi (il colloquio iniziale tra Anna ed il principe Vassili, che si svolge interamente in francese, è esemplare da questo punto di vista). Mi sono inoltre affezionata molto alla figura del principe Andrej Bolkonski, sempre affascinante, sempre pieno di interrogativi e mai banale.

Gli altri personaggi, però, non mi sono piaciuti per niente. Certo, assomigliano (pur con le differenze geografiche e cronologiche) a persone reali, che si potrebbero incontrare davvero, e sono anche in parte ispirati a persone reali. Però non mi piacciono e fatico molto a vedere le cose dal loro punto di vista, cosa che mi riesce invece benissimo con i personaggi di Dostoevskij anche quando sono assolutamente lontani dal mio modo di sentire. Ho amato Aleksej e Ivan Karamazov, che non mi somigliano, ho voluto bene al principe Myskin, ho compreso Petr Verchovenskij, tutti personaggi con cui non ho niente a che fare, ma non riesco ad apprezzare i personaggi di “Guerra e pace” (così come non riesco proprio a voler bene ad Anna Karenina).

Tutti i personaggi inoltre vanno incontro ad un’evoluzione alla fine della quale mi piacciono ancora meno (principe Andréj compreso); li preferivo, tutti, quando avevano meno certezze mentre alla fine sembra che ormai siano quasi immutabili. Personalmente trovo che la conclusione, rappresentata dalle ultime centocinquanta pagine circa, sia piuttosto deprimente; i personaggi sembrano perdere la loro unicità e la loro personalità precedente appare quasi stravolta (per non parlare delle loro bizzarre scelte coniugali, per quanto la descrizione della loro vita coniugale sia probabilmente plausibilissima per quei tempi).

Insomma, sono contenta di aver letto “guerra e pace” e me lo sono goduto. Ma, contrariamente a quanto successo con Dostoevskij, non lo riprenderò in mano, così come non ho ripreso in mano Anna Karenina.

Il giovane favoloso

Recentemente ho visto il film di Mario Martone “Il giovane favoloso”, incentrato sulla vita di Giacomo Leopardi.

Personalmente sono piuttosto scettica riguardo ai film biografici (come pure agli adattamenti dei libri) perchè il mezzo cinematografico costringe a fare una sintesi estrema ed a privilegiare un numero ristretto di eventi e di concetti che non sempre sono quelli più rilevanti e che possono portare ad un’interpretazione superficiale del personaggio.

Devo dire che “il giovane favoloso” è stato superiore alle mie aspettative, che, come ho spiegato, per questo genere di film di solito sono basse, ma inferiore alle mie speranze (che, trattandosi di un film su Leopardi, erano alte).

Prima di tutto l’attore che interpreta Giacomo Leopardi, Elio Germano, è bravo e versatile. Risulta credibile quando interpreta il Leopardi malinconico, quello sarcastico, quello tempestoso, ha un sorriso dolce e una voce acuta e velata che ben si adattano al personaggio. Anche gli altri attori offrono una buona prestazione, in particolare Massimo Popolizio nel ruolo di Monaldo Leopardi.

Ho apprezzato molto anche la fotografia, sia quella un po’ struggente di Recanati sia quella più mondana di Napoli e Firenze.

Quello che invece non mi piace, anche in questo caso, è la sintesi, la scelta dei fatti da raccontare e dei concetti da evidenziare; il film non dice praticamente nulla sul pensiero di Leopardi e preferisce concentrarsi su eventi biografici e aneddoti più o meno reali. Le poesie declamate nel film appaiono scollegate dal racconto ed inserite quasi casualmente, oltretutto sono state scelte proprio le più famose (a Silvia, l’infinito, la ginestra…) tralasciando i componimenti meno conosciuti e le opere in prosa, come lo Zibaldone.

Il sarcasmo di Leopardi, inoltre, per quanto evidenziato brevemente durante uno scambio con un altro letterato, viene accantonato privilegiando altri aspetti della sua personalità. Il film però ha il merito di evitare il cliché del Leopardi depresso e abulico, senza amici e senza carattere ed Elio Germano è bravissimo ad esprimere questa forza ed allo stesso tempo questa delicatezza di sentimenti.

Insomma, in termini colloquiali direi che l’involucro andava benissimo ed il contenuto un po’ meno. Consiglio ugualmente la visione del film, se non altro perla buona prestazione di tutti gli attori e per le splendide ambientazioni.

Spendo infine una parolina su Leopardi, che io amo in modo particolare. Spesso il povero Giacomino è presentato a scuola come un depresso cronico se non proprio come una lagna. Ci si affanna a spiegare, anche a scuola, che questa visione di Leopardi è superficiale, ma poi ci si sofferma praticamente solo sul concetto di pessimismo (quando va bene, menzionando la fase del cosiddetto ‘pessimismo eroico’). A scuola inoltre si leggono quasi sempre le stesse poesie, che addirittura vengono viste due volte prima alle medie e poi alle superiori; gli altri canti, le opere satiriche, le operette morali e soprattutto lo Zibaldone vengono quasi completamente trascurati, insieme alla filantropia, alla solidarietà, alla derisione nei confronti degli sciocchi, al sarcasmo verso positivisti, reazionari, liberali…

Non si può fare tutto, certo, qualcosa va trascurato per forza, ma il modo di insegnare Leopardi spesso non rende giustizia a Leopardi e mi domando quanti -anche tra gli addetti ai lavori- lo riprendano in mano una volta finita la scuola.

Endimione

John Keats è noto in italia soprattutto per le poesie “Ode to a Nightingale” e “Ode to a Grecian Urn”. Stasera però vorrei soffermarmi sull’opera “Endimione” ed in particolare sulla prima stanza, a mio giudizio splendida.

Il poeta romantico inglese pubblicò il poemetto “Endimione” nel 1818, quando si trovava ancora in Gran Bretagna; due anni dopo si trasferì in Italia nel tentativo di alleviare i sintomi della tubercolosi e morì nel 1821 a Roma, dove è sepolto.

Secondo il mito, Endimione era un giovane e bellissimo pastore amato dalla dea Selene, che gli faceva visita approfittando del suo sonno. Nel poemetto di Keats, una splendida donna appare in sogno ad Endimione, che al risveglio si mette alla sua ricerca individuandola infine in Cynthia (ovvero la luna) e legandosi a lei eternamente. È probabile che Keats non intendesse solo raccontare un antico mito ma utilizzarlo per dire qualcos’altro (un “altro” che però l’autore non ha spiegato).

Non intendo soffermarmi sul mito in sé e sui possibili significati allegorici ma soltanto sulla prima stanza, composta da ventiquattro versi:

“A thing of beauty is a joy for ever:
Its loveliness increases; it will never
Pass into nothingness; but still will keep
A bower quiet for us, and a sleep
Full of sweet dreams, and health, and quiet breathing.
Therefore, on every morrow, are we wreathing
A flowery band to bind us to the earth,
Spite of despondence, of the inhuman dearth
Of noble natures, of the gloomy days,
Of all the unhealthy and o’er-darkened ways
Made for our searching: yes, in spite of all,
Some shape of beauty moves away the pall
From our dark spirits. Such the sun, the moon,
Trees old and young, sprouting a shady boon
For simple sheep; and such are daffodils
With the green world they live in; and clear rills
That for themselves a cooling covert make
‘Gainst the hot season; the mid forest brake,
Rich with a sprinkling of fair musk-rose blooms:
And such too is the grandeur of the dooms
We have imagined for the mighty dead;
All lovely tales that we have heard or read:
An endless fountain of immortal drink,
Pouring unto us from the heaven’s brink”.

“Una cosa bella è una gioia per sempre”, scrive Keats, “e per noi sarà sempre un quieto rifugio pieno di sogni dolci, salvezza e respiro tranquillo”. Possono dirmi quello che vogliono sull’inutilità dell’arte e delle lettere e sull’importanza di apprendere soltanto cose utili ai fini pratici. Solo che poi una cosa bella è una gioia per sempre e dà cose che con il denaro non si possono comprare e con il solo senso pratico non si possono comprendere.

“Malgrado… le strade rischiose e oscure in cui ci avventuriamo: sì, malgrado tutto il velo rimuove dai nostri spiriti bui una forma di bellezza” scrive ancora Keats. Si tratta di strade oscure e rischiose e di spiriti bui, non certo di una felicità superficiale piena di funghetti e fiorellini (scusate di nuovo il linguaggio colloquiale ma come è accaduto giorni fa con Leopardi non sono certo all’altezza di ciò che tratto).

La bellezza è “una fontana senza fine di acqua immortale che trabocca su di noi dal ciglio del Cielo”.

Sarebbe bene ricordare tutto questo prima di scegliere di dedicare il nostro tempo solo ad occupazioni pratiche.

The Idler Wheel…

Oggi voglio parlare dell’album di Fiona Apple “The Idler Wheel…”, pubblicato nel 2012.

Fiona Apple mi piace molto soprattutto perché arrangia le sue canzoni in modo originale, rinunciando a melodie trite e banali e facendo ricorso anche a strumenti musicali spesso trascurati (questo probabilmente anche grazie alla collaborazione del bravo polistrumentista Charley Drayton). Anche i testi si mantengono lontani dalla classica rima “cuore-amore” ed esprimono una loro personalità, molto franca e forse un po’ cinica ma originale.

L’album è classificato come rock alternativo ma secondo me questa definizione gli sta un po’ stretta. Fiona Apple è certamente un’icona della musica alternativa ma se all’inizio della sua carriera poteva tranquillamente essere definita un’autrice alternativa oggi presenta una personalità e delle caratteristiche che la portano a sfuggire ad una categorizzazione così netta.

A mio giudizio le canzoni più interessanti sono il brano di apertura, “Every single night”, e quello di chiusura, “Hot knife”. In quest’ultimo Fiona Apple dichiara con estrema franchezza I get feisty whenever I’m with him, I’m a hot knife, he’s a pat of butter. If I get a chance I’m gonna show him that he’s never gonna need another”.

Insomma, l’album è bello e se ancora non lo conoscete vi consiglio di ascoltarlo.

I nuovi credenti

Oggi parlo di Giacomo Leopardi.

Sì, proprio lui, il Leopardi considerato da molti studenti un pessimista cosmico musone (e presentato da non pochi insegnanti esattamente come tale). Inutile dire che, a mio parere, trattarlo come un depresso cronico ignorandone la verve, il sarcasmo brillante e la finezza è una grande ingiustizia.

Oggi voglio parlare della poesia “i nuovi credenti”, scritta durante il soggiorno di Leopardi a Napoli ma pubblicata solo ai primi del Novecento, molti anni dopo la morte dell’autore.

Nel testo, Leopardi se la prende con lo spiritualismo ampiamente diffuso nella cultura napoletana dell’epoca:

“Uso giá contra il ciel torcere i denti
finché piacque alla Francia; indi veduto
altra moda regnar, mutati i venti,
alla pietá si volse, e conosciuto
il ver senz’altre scorte, arse di zelo,
e d’empio a me dá nome e di perduto.
E le giovani donne e l’evangelo
canta, e le vecchie abbraccia, e la mercede
di sua molta virtú spera nel cielo.
Pende dal labbro suo con quella fede
che il bimbo ha nel dottor, levando il muso
che caprin, per sua grazia, il ciel gli diede,
Galerio, il buon garzon, che ognor deluso
cercò quel ch’ha di meglio il mondo rio,
che da Venere il fato avealo escluso”.

Lo spirituale era un tempo un ottimista “per moda” (‘uso già contra il ciel torcere i denti’) ma da quando i tempi sono cambiati è diventato un cattolico “per moda” (‘mutati i venti alla pietà si volse’). Lo spirituale è talmente zelante nella sua nuova fede da voler condannare chi non vi si adegua e la pensa diversamente (‘e d’empio a me dà nome e di perduto’). Le persone semplici, che hanno bisogno di trovare un senso immediato alla loro vita, pendono con fede cieca dalle labbra di questi particolari intellettuali, senza sforzi di autonomia (‘Pende dal labbro suo con quella fede che il bimbo ha nel dottor, levando il muso che caprin, per sua grazia, il ciel gli diede, Galerio, il buon garzon’).

Gli spirituali di certo non amano Leopardi, il quale non condivide il loro ottimismo spesso stolido e superficiale senza farne mistero:

“Questi e molti altri, che nimici a Cristo
fûro insin oggi, il mio parlare offende,
perché il vivere io chiamo arido e tristo”.

Leopardi li irride e li sferza col suo sarcasmo troppo spesso sottovalutato; lo fa in tre versi che assomigliano tanto ad un epigramma satirico, con tanto di aprosdoketon finale:

“Racquetatevi, amici. A voi non tocca
dell’umana miseria alcuna parte,
che misera non è la gente sciocca”.

Leopardi prosegue confrontando ironicamente sè stesso con gli spiritualisti; i versi sono al cianuro:

Voi prodi e forti, a cui la vita è cara,
a cui grava il morir; noi femminette,
cui la morte è in desio, la vita amara.
Voi saggi, voi felici: anime elette
a goder delle cose: in voi natura
le intenzioni sue vide perfette”.

Infine, nel caso il lettore avesse ancora qualche dubbio residuo riguardo all’opinione di Leopardi sugli spirituali, il poeta chiude con un’altra ginocchiata sui denti (perdonate il lessico colloquiale ma non sono brava quanto lui):

“Degli uomini e del ciel delizia e cura
sarete sempre, infin che stabilita
ignoranza e sciocchezza in cuor vi dura:
e durerá, mi penso, almeno in vita”.

Io trovo che questo componimento sia estremamente attuale. Lasciando da parte la specifica filosofia degli spirituali, ci parla prima di tutto di persone incoerenti che cambiano con troppa facilità il proprio modo di pensare in base alla moda del momento e che per giunta esercitano un’influenza malsana su persone più ingenue di loro.

Poi ci parla di persone che, troppo semplici o troppo pigre per ragionare autonomamente, si fanno spiegare dagli altri cosa pensare.

Infine ci parla della superficialità dei facili ottimismi (e quanta ce n’è in giro?) e scusate se è poco.